COME AFFRONTARE L’ANSIA DA PRESTAZIONE

Tiziana Vernola | 14 giugno 2016 |PSICHÈ

L’ansia da prestazione è una particolare e specifica forma di ansia legata alla performance ed è un evento psicologico con ripercussioni fisiologiche sull’organismo umano. L’ansia è generalmente una sensazione, mentale e fisica che mette in moto tutta una serie di comportamenti che ci fanno reagire in situazioni problematiche o particolari, per raggiungere determinati scopi.

Come la paura è un “sintomo-segnale”, fondamentale nella risposta di “attacco o fuga”, perchè ci permette di attivare energie e risorse per affrontare la minaccia o, in alternativa, fuggire da essa.

Quando un attacco d’ansia viene superato ne consegue un certo beneficio; non solo si migliorano le prestazioni sportive, lavorative e sessuali, ma si inizia a vivere meglio. L’ansia come molte emozioni dolorose è un invito all’azione, a cambiare un comportamento dai risultati poco soddisfacenti e pertanto inutilmente faticoso, o a modificare un’interpretazione non adeguata. Quindi sarebbe auspicabile non controllare e reprimere questa emozione ma trovare una nuova strada e agire di conseguenza.

L’ansia da prestazione è una particolare e specifica forma di ansia legata alla performance ed è un evento psicologico con ripercussioni fisiologiche sull’organismo umano.

Ci sono forme diverse di ansia da prestazione: si va da quella scolastica, tipica di chi deve superare un esame e che può interessare l’adolescente come l’adulto.

Vi è poi quella sportiva tipica dell’atleta, che deve affrontare una nuova performance o garantire gli stessi livelli di quelle precedenti, qualora fossero state eccellenti.

Comunque sia, in tutti i casi in cui un evento venga percepito come “prestazionale”, si andrà incontro a:

1. aumento della vigilanza e della attenzione, dove viene coinvolto il sistema nervoso centrale;

2. preparazione del sistema muscolo- scheletrico;

3. attivazione del cuore e dei polmoni, per affrontare l’imminente sforzo, col coinvolgimento del sistema vegetativo simpatico.

Quando questi centri vengano interessanti in maniera troppo significativa e i parametri subiscano un “eccesso di funzionamento”, dovuto a troppa tensione emotiva, allora si potrà parlare di ansia da prestazione intesa come angoscia di attesa o paura di ciò che potrà accadere nell’ambito della performance che si sta affrontando.

L’ansia da prestazione maschile è strettamente collegata a motivi di natura sessuale e influisce nella performance amatoria, conducendo talora a veri e propri insuccessi, fonte di frustrazione.

Pertanto nel trattamento di questo tipo di disagio bisognerebbe rendersi consapevoli del fatto che spesso l’ansia da prestazione segue degli schemi mentali automatici, appresi in famiglia, e nella vita.

Inoltre pare importante sollecitare chi accusa questi disagi, a distanziarsi dalle proprie difficoltà per non esserne coinvolto totalmente.

Ciò comporta di tenere una visione equilibrata delle cose senza farsi condizionare da esse.

Uno degli strumenti che favorisce maggiormente la creazione di un punto di vista distaccato ma presente ed equilibrato, è l’ipnosi.

L’ipnosi è uno strumento molto indicato in casi di ansia, attacchi di panico, fobie, dipendenze, e consiste nell’indurre il soggetto in uno stato modificato di coscienza, chiamato “trance”, molto simile a un dormiveglia, al sogno ad occhi aperti o a un lento e rilassato risveglio.

In questo stato, si attivano aree cerebrali analogiche, come fantasia, creatività, memoria, e si addormentano le aree logiche, come razionalità e attenzione vigile, cosicchè il soggetto riesce a vedere meglio dentro di sé potenzialità e risorse che non sapeva di avere. Con l’aiuto di un rapporto terapeutico basato su una comunicazione privilegiata, autentica e umana, fatta anche di verbalizzazione metaforiche studiate sulla storia personale del soggetto, si rafforza l’Io della persona, che diventa più sicura, più calma e capace di prendere decisioni; in pratica la si mette in condizione di essere come desidera, e di fare ciò che farebbe al suo posto se “fosse fuori da sé”.

Siamo lontani dal tempo in cui l’ipnoterapeuta esercitava un vero e proprio controllo sul paziente, dandogli dei comandi diretti attraverso l’uso della fissazione degli occhi o della sfera di cristallo, o inducendolo a ricercare chissà dove una visione immaginaria, a scapito della sua razionalità.

Oggi il terapeuta ha come unico strumento la sua voce e la sua empatia con cui può fare molto più di quanto non ci si possa immaginare.

Talora infatti sentirsi “profondamente compresi” e “apprezzati” può avviare e facilitare il delicato processo di emancipazione, di cambiamento, e quindi di guarigione.

Detto ciò va precisato che i cosiddetti “passaggi” con cui l’ipnotizzatore diceva di “emanare un certo fluido sul corpo del soggetto”, avevano nel complesso qualcosa di simile all’ipnosi moderna, ossia la tendenza a spingere il soggetto a rivolgere l’attenzione all’interno di sé per cambiare prospettiva e rendersi progressivamente conto di avere risorse vive e attive che gli consentiranno, secondo i suoi tempi e modi, di ottenere ciò desidera, di crescere e migliorarsi.

 

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